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L'Europa sia ambiziosa sui cambiamenti climatici

This world location news article was published under the 2010 to 2015 Conservative and Liberal Democrat coalition government

Ed Davey, Ministro dell’Energia e dei Cambiamenti Climatici, interviene oggi in Lussemburgo a sostegno dell'agenda UK 2030 per il clima.

Di seguito una versione in italiano della sua posizione.

Nelle ultime settimane tanto si è parlato del rapporto tra Regno Unito e Europa. C’è però un aspetto su cui, mi auguro, siamo tutti d’accordo: è necessario che l’UE faccia la sua parte per fermare i cambiamenti climatici.

Siamo uno Stato insulare, una potenza commerciale, che dipende dal mercato globale per il proprio benessere economico e per i propri approvvigionamenti alimentari, energetici e di molti degli altri prodotti per noi fondamentali. Non sorprende che il Regno Unito sia stato uno dei primi Paesi a riconoscere le conseguenze dirette dei grandi cambiamenti climatici sul nostro stile di vita. Siamo anche stati i primi ad intraprendere la strada di un’economia a basso tenore di carbonio, con il Climate Change Act del 2008.

Ma agire da soli non servirà a risolvere il problema globale. I vari governi che si sono succeduti sono giunti alla conclusione che il modo migliore di combattere i cambiamenti climatici senza danneggiare la competitività economica, consiste nel lavorare con tutta l’UE a un accordo globale sul clima e nel fare in modo che l’UE dia l’esempio e dimostri la propria leadership.

Come dimostrato incontrovertibilmente dai negoziati sul clima di Durban 2011 è molto meglio presentarsi come un unico blocco quando si deve trattare con superpotenze come Cina, India e Stati Uniti.

Per quale ragione? Perché, nell’insieme, i Paesi dell’Unione Europea rappresentano 504 milioni di persone e il 25% del PIL mondiale, mentre il solo Regno Unito ha 63 milioni di abitanti e rappresenta il 3% del PIL mondiale. E perché ciò che l’UE sta facendo in materia di emissioni ci permette di negoziare da una posizione di autorità. Nel 2008, l’UE ha assunto una posizione di leadership mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici, concordando target vincolanti per la riduzione delle emissioni fino al 2020. Le emissioni sono scese di oltre il 17%, con un effetto galvanizzante sulla crescita “verde” in Europa. Il mercato europeo dei beni e servizi ambientali a basso tenore di carbonio è cresciuto del 3,5% nel solo 2010/11, quando ha raggiunto il valore di oltre 870 miliardi di euro, in un mercato “verde” globale che ha ora raggiunto il valore di quasi 3.900 miliardi di euro.

Ma il blocco europeo deve guardare più in là dell’orizzonte immediato del 2020. Quando si discute di decisioni su investimenti per progetti energetici che dureranno fino alla metà del secolo e oltre, volgere lo sguardo al 2020 è come guardare nello specchietto retrovisore. Dobbiamo dunque passare alla prossima fase degli accordi in Europa, 2030 e oltre. E lo facciamo in un contesto diverso dal 2007, quando fu negoziato l’ultimo accordo.

All’epoca, quasi nessuno dei Paesi membri dell’UE aveva una propria politica sul clima. Gran parte delle tecnologie rinnovabili non erano mature ed eravamo al culmine di un boom economico. Ora, sei anni dopo, le tecnologie rinnovabili giungono a maturazione e altre tecnologie come la cattura e il stoccaggio del carbonio e il nucleare di nuova generazione contribuiranno decisamente al mix energetico a basso contenuto di carbonio nel corso dei prossimi anni. Ci troviamo inoltre in un contesto economico diverso, in cui la sfida per i Paesi europei è quella della competitività e della crescita.

È per questo che il Regno Unito si batterà per ottenere due risultati nel corso degli imminenti negoziati sulla posizione UE per il 2030.

  • In primo luogo, nell’ambito della strategia UE per un accordo globale sul clima nel 2015, puntiamo all’adozione da parte dell’UE di un target ambizioso per la riduzione delle emissioni per il 2030, che si attesti al 50% rispetto ai livelli del 1990. E anche se un accordo globale non dovesse essere raggiunto, l’UE dovrebbe mirare a una riduzione unilaterale del 40%. Questi target sono raggiungibili, possiamo permetterceli e sono necessari se vogliamo mantenere i cambiamenti climatici entro limiti gestibili.

  • In secondo luogo, puntiamo a un approccio neutro da punto di vista della tecnologia, che lasci libertà di scelta ai singoli Paesi su come raggiungere il proprio target di emissioni. Vogliamo conservare la flessibilità che permette a ciascun Paese di scegliere il mix energetico che preferisce. Il Regno Unito ha preso l’impegno di aumentare la quota di energie rinnovabili nel proprio mix energetico interno, e, per farlo, sta riformando drasticamente il mercato energetico.

Ci sono, tuttavia, una serie di opzioni per decarbonizzare l’energia di un Paese: dall’efficienza energetica al nucleare di nuova generazione, dalla cattura e il sequestro di carbonio al calore da fonti rinnovabili. I Paesi dovrebbero essere liberi di scegliere il mix che preferiscono. Nel Regno Unito, grazie alle riforme del mercato elettrico saranno il mercato e la concorrenza a definire il mix di elettricità a basso tenore di carbonio. Stiamo quindi mettendo a punto misure legislative che stabiliscano per il nostro settore energetico un target di decarbonizzazione neutro da punto di vista della tecnologia. Ci opporremo dunque a un target di energia rinnovabile a livello UE, un vincolo inflessibile e non necessario.

Soprattutto, non dobbiamo perdere d’occhio il nostro obiettivo principale: un accordo globale vincolante per ridurre le emissioni di carbonio e mantenere i cambiamenti climatici a livelli gestibili. Ecco perché è così importante raggiungere un target di emissioni ambizioso per l’UE. Non c’è dubbio che in assenza di un approccio ambizioso da parte dell’UE, un accordo globale sarà quasi impossibile. Il Regno Unito deve quindi guidare l’Europa verso il raggiungimento di target ambiziosi in materia di cambiamenti climatici e allo stesso tempo promuovere la crescita “verde”. Solo allora staremo facendo il nostro dovere per lasciare ai nostri figli un’economia fiorente e un pianeta in grado di sostenerne il peso.

Ed Davey, Ministro britannico dell’Energia e dei Cambiamenti Climatici